martedì 25 novembre 2008

In campo lungo ...

Avevo un’età indefinibile. Quell’età a metà tra l’ inizio della coscienza e il rifiuto della coscienza dove il vero affacciarsi alla vita m’imponeva il cinismo e l’individualismo cosmico perché lo scoprire ogni giorno il senso e il non senso dell’esistenza mi avrebbe maciullato le gambe con la forza di un mitragliatore; e se volevo continuare a camminare prima portata per mano e poi da sola non dovevo piangere.
E giuro che non piansi, non piansi neanche una volta, neanche da sola.
Quando mia madre mi strinse tra le braccia dicendomi che la nonna era morta io ero da un’altra parte, lo sapevo che sarebbe successo quando la vidi per l’ultima volta sul letto dell’ospedale e quando me la lasciai alle spalle mi ero imposta di non girarmi più, che non c’entravo niente e vedevo me stessa in campo lungo andare via senza voltarmi. Non c’entravo nulla.

C’erano poche persone, troppo poche per una vita e io me ne stavo indietro, molto indietro per lasciare avanti mio nonno e mia madre. Mi ricordo il silenzio, un silenzio assordante e io guardavo tutto a campo lungo, guardavo quella tomba assurda dove mio nonno stava buttando i risparmi di una vita, ma io non potevo giudicare, non c’entravo nulla.
Infilarono delle corde intorno alla bara e cominciarono a calarla dentro quella fossa che a me pareva infinita e senza fondo. Vidi mio nonno gettarsi con tutta la forza verso quel buco e mio padre e i miei fratelli più grandi che cercavano di fermarlo mentre lui gridava il nome di sua moglie che da lì non ne sarebbe mai più uscita. Voleva gettarsi dentro imprecando e bestemmiando contro Dio e mia madre se ne stava impietrita e ripeteva “no” con un pianto impotente. E io me ne stavo il più lontana possibile per vedere tutto in campo lungo perché non c’entravo nulla, non dovevo farne parte.

Passarono molti anni, troppi anni e ogni giorno che passava scoprivo sempre di più il senso della vita senza senso.
Il nonno riusciva a vivere senza sua moglie e continuavo ad ascoltare i suoi racconti e li vedevo nella mia testa a campo lungo, poi perse l’uso della parola per quei due maledetti Ictus e la perse per sempre e ogni volta che lo andavo a trovare lo vedevo sempre di più in campo lungo fino a quando quel giorno mi chiamò mia madre per dirmi che avrei dovuto salutarlo per l’ultima volta.
Avevo appena avuto il mio secondo figlio e doveva avere la fortuna che non aveva avuto mia nonna di vedere il suo ennesimo pronipote. Entrai nella sua stanza e lo guardai dalla porta tenendo in braccio il piccolo Elia, non sarebbe stato il mio ultimo campo lungo. Mi avvicinai a lui e non potevo fare a meno di pensare che i suoi occhi azzurro grigi erano come quelli della mia gatta quando stava morendo, che ormai erano da un’altra parte, che non guardavano nulla. Erano occhi di vetro.
Gli dissi che gli avevo portato il piccolo Elia. I suoi occhi uscirono dall’ infinito e si girò per pochi istanti. Il tempo di voltare gli occhi e toccare con quella poca forza che aveva la manina di Elia e poi i suoi occhi tornarono a guardare l’infinito.
E giuro che piansi, piansi come non avevo mai fatto prima.

C’erano poche persone, troppo poche per una vita e io me ne stavo indietro, molto indietro per lasciare avanti mia madre e mi ricordo quel silenzio, di nuovo quel silenzio assordante e io guardavo tutto a campo lungo perché io non c’entravo nulla. Guardavo quella tomba che negli anni era diventata sempre più bella perché mio nonno ci aveva buttato i risparmi di una vita.
Me ne stavo lontana a guardare mentre infilavano le corde intorno alla bara e quando cominciarono a calarlo dentro quel buco che nonostante tutto non sembrava poi così profondo cominciai a piangere. Piangevo di gioia, provavo una felicità indescrivibile e parlando nella mia mente con la speranza che mio nonno mi sentisse dicevo: “Hai visto nonno, ce l’hai fatta. Hai aspettato così tanto , ma adesso ce l’hai fatta; nessuno potrà fermarti, né mio padre, né i miei fratelli, né Dio”.
Me ne andai e rividi me stessa in campo lungo lasciandomi tutti alle spalle perché io non c’entravo nulla, era una storia troppo importante e non ero all’altezza di farne parte; così mi affrettai per avvicinarmi all’uscita del cimitero per nascondere quel sorriso sulla mia faccia.
Mi voltai e vidi i miei fratelli raggiungermi e vidi quel campo lungo che pian piano si stava accorciando.

E quando ci trovammo di fronte ai nostri bambini ignari di quanto era successo perché non c’entravano nulla, ci guardarono per un istante da lontano, ci guardarono per un istante in campo lungo.

2 commenti:

Paolo Castaldi ha detto...

.....sono proprio commosso.....
mentre leggevo provavo ad immaginare...e mi sono commosso ancora di più...

Sai come sono, mi conosci....
Ciaoooooooooo

latte e sangue ha detto...

Lo so Paolino, sei molto sensibile... rimani così.

Ele